IX giorno
Nella prima mattinata, subito dopo la solita ricca colazione, veniamo accompagnati in aeroporto e voliamo alla volta di Baltra dove salutiamo, a malincuore, il nostro gruppo di amici: loro si imbarcheranno alla Santa Cruz. Con una piccola imbarcazione da Baltra in pochi minuti, raggiungiamo l’isola di Santa Cruz, accolti da uno stormo di fregate. Con un pullman attraversiamo l’entroterra dell’isola da nord a sud e passiamo da zone aride e secche a zone verdeggianti per l’alta concentrazione di umidità. Sembra disabitata anche se è l’isola più popolata: gli isolani risiedono per lo più a Puerto Ayora e vivono di allevamento, di pesca, di agricoltura e di turismo.

Arrivati al nostro Hotel, il Finch Bay, situato a Punta Estrada in una zona tranquilla tra le mangrovie, dopo aver pranzato in compagnia di alcuni uccellini che svolazzano liberamente nella sala ed essere punta ad un braccio da una coloratissima vespa, con una guida facciamo un’escursione a piedi. Conosciamo le prime iguane che ci aspettano nei pressi dell’hotel: sono nerissime e, oserei dire, bruttissime senza nessuna offesa per Darwin. Sono immobili sulle pietre laviche ad assorbire il calore. Facciamo una suggestiva camminata di diversi chilometri tra cactus Opuntia capaci di sopravvivere ai lunghi periodi di siccità, tra alberi di Palo Santo e tra i famosissimi fringuelli e uccellini mangia mosche. Giunti in riva all’oceano camminiamo lungo la bianca spiaggia dove si infrangono le onde del Pacifico che bagnano i rossi granchi adagiati sulle pietre laviche tra un’acqua cristallina che fa da cornice ad una vegetazione lussureggiante, sulla nostra destra, colore smeraldo. Quante iguane! Fanno, in fondo, una certa tenerezza. Sembrano pietre laviche, molte sono in amore.
La sera siamo distrutti: scopriamo di aver fatto ben dodici chilometri a piedi a ritmo molto sostenuto. E’ tardi ma, come al solito, non ho voglia di dormire. Benedetto fuso orario! Stimolo il mio compagno a parlare, ad esprimere le sue sensazioni su quello che vedremo; ha però voglia di dormire e comunque, come al solito, è restio a comunicare le proprie sensazioni in anteprima: provare per credere.
X giorno
Partiamo per la vera escursione dell’isola la cui vegetazione rigogliosa degli altopiani, battuti dai venti alisei e perciò ricoperti dalla garua, è costituita da alberi di scalesia ricoperti da molti epifiti. Raggiungiamo i crateri gemelli detti Los Gemellos: due enormi doline circondate dalla foresta, una a destra e una a sinistra della strada. Anche se vengono comunemente chiamati crateri non sono crateri ma dei collassamenti della crosta terrestre: quando si è svuotata la camera magmatica, in seguito ad un’eruzione, la terra ha ceduto. La sosta successiva è ad un tunnel sotterraneo di lava lungo 450 metri: una passeggiata spettrale, sembra di essere negli inferi danteschi. Manca solo Caronte, il traghettatore delle anime dei dannati. Ecco che arriviamo al Charles Darwin Research station di Puerto Ayora dove vivono le tartarughe giganti tra giganti cactus. Queste sono il simbolo delle Galapagos e dalla forma del carapace, come notò Darwin, si può facilmente risalire all’isola di appartenenza. Nelle isole secche il carapace è in avanti, nelle isole ricche di vegetazione questo è a cupola per facilitare il movimento tra gli arbusti: esempio di adattamento degli animali al proprio habitat.

Le tartarughe sono dappertutto e al minimo rumore si ritirano nel loro guscio: ci sembra di invadere il loro territorio. Ci spostiamo da una parte all’altra cercando di non disturbare e le ammiriamo mentre mangiano e mentre si trascinano lentamente e faticosamente in mezzo ai cactus; sono i veri rappresentanti di questo arcipelago vulcanico, sembrano appartenere ad un mondo dimenticato, un vero esempio di arcaismo biologico. Lo stesso Darwin, racconta la nostra guida Jonny che è un biologo, rimase affascinato da queste creature e, in particolare grazie ad esse e ai fringuelli dai molteplici becchi che ipotizzò la sua teoria sull’origine della specie basata sull’adattamento di ogni essere vivente alla natura circostante e sulla selezione naturale: sopravvive sempre il più forte. In questi animali c’è custodito il vero segreto di queste isole: la trasmutazione della specie. Quella teoria che in quei tempi, era l’anno 1836, scatenò grosse polemiche: come si poteva accettare il concetto che l’uomo e la scimmia avessero antenati comuni? Oggi ” l’origine della specie” è un punto di riferimento importantissimo per gli studi sull’evoluzione mentre ai suoi tempi Darwin fu ritenuto blasfemo in quanto veniva messo in discussione, per la prima volta, il dogma biblico della creazione.
