Il diario del nostro viaggio in Vietnam e Cambogia

Siamo arrivati all’ultimo giorno: domani si partirà.

Eccoci a Ta Prhno, il tempio inghiottito dalla foresta del XII secolo, un’area religiosa nascosta dalla vegetazione fino a metà del secolo scorso fino a quando, questa città perduta nella giungla, fu scoperta dai francesi. Molti di questi alberi sono dei ficus strangolatori, una tipica pianta delle foreste fluviali che è riuscita a creare uno spettacolo unico: radici immense avvolgono le mura del tempio fagocitando questo luogo e fondendosi con la sua storia creando un forte contrasto tra la pietra grigia e le articolazioni arboree. Sembra proprio che la natura rigogliosa tiene in ostaggio queste rovine riappropriandosi dei propri spazi. Mi sento un po’ Indiana Jones, alla ricerca dell’arca perduta, quando scopro un Buddha che viene quasi stritolato dalle radici di un albero e quando vedo un enorme corpo muscoloso di un uomo che sembra proteggere le mura di un tempio. Ta Prhom è unico al mondo: sembra proprio unicamente uscito dalle mani di un’artista millenaria, la natura che in questo luogo riesce quasi a occultare l’operato dell’uomo.

Eccoci ora ad Angkor Watt, il più grande monumento religioso della terra la cui effige stilizzata compare nella bandiera cambogiana.
All’ingresso del tempio ci sono il mitico Naga, dalle sette teste, protettore di Buddha, e un leone guardiano. Fu edificato nel XII secolo dal re Suryavarmon II che lo dedicò al Dio Vishu, una divinità maschile che rappresenta la seconda persona del trimurti (la trinità indù di Bramha, Vishu e Shiva).
E’ circondato da un fossato pieno d’acqua: è enorme e maestoso. Cerchiamo di visitare più zone possibili. L’edificio centrale è, a tre livelli. Attraversiamo immensi corridoi con notevoli bassorilievi, dove sono raffigurate scene di religione, di vita e di morte. Si sale fino al terzo livello da dove si gode una vista panoramica indescrivibile sul tempio e sulla giungla circostante. Sono colpita dalle tantissime raffigurazioni femminili, le devate, che non sono solo danzatrici ma vere e proprie divinità. Gli studiosi ritengono che Angkor Watt sia stato costruito per onorare le donne Khmer che hanno contribuito alla prosperità economica del periodo d’oro del regno. E’ un mistero. Ogni donna raffigurata è diversa dall’altra. Ancora una volta la natura è generosa: ha pronto il suo premio. Angkor Watt si specchia in un altro stagno.
Alla fine un pensiero rimane dentro di me. Sarò io strana?  Ragazzi e ragazze che fanno tantissimi selfie con vista sul tempio e con le dita a V da condividere sui social network per soddisfare bisogni narcisisti di apparire ed essere visti. Ciò mi dà molto fastidio: non ho intenzione di dare in pasto al mondo tutta me stessa. Io, come al solito, scatto foto prevalentemente alle opere: non devo dimostrare a nessuno di essere in Cambogia. Il viaggio è mio, mi appartiene come mi appartengono le tante emozioni.

E’ l’ultima notte a Siem Reap. Sono triste: mi succede sempre quando lascio un luogo dove sicuramente non tornerò più. Devo fare una confessione: soffro della sindrome di Wanderlust, la malattia del viaggiare. Una malattia benigna che mi spinge a ricercare me stessa in altri luoghi ignoti e sconosciuti. Chi legge i miei diari l’ ha capito. Questa malattia mi è stata trasmessa dal mio compagno di vita.
Grazie, Giovanni, a te dedico questo diario.
Alzo gli occhi, il mio buddha dai mille colori, acquistato da un artista cambogiano, continua a meditare. Sembra dirmi: guarda dentro la vera natura delle cose e cerca di essere sempre più saggia.

Alla prossima avventura.

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